Si parlava di regole di SEM, keywords e blablabla e a proposito di pratiche scorrette tra competitor tipo Conquest Buy*, mi è stato fatto notare che, se proprio non si tratta di sviste di chi operativamente compila le liste di parole chiave (mah), la colpa non per forza deve essere delle aziende concorrenti (intese come sedi centrali, responsabili di campagne sem…) piuttosto potrebbe esserlo dei singoli associati/affiliati/unità sul territorio che, almeno negli Stati Uniti,
pare si adoperino spesso in autonome campagne di visibilità online e acquisto di keywords. Il bottegaio statunitense può anche essere un gran figo, ma quello italiano non ce lo vedo a ragionare per cpc e cpa (con tutto il rispetto per il bottegaio italiano!). Per ciò che mi è dato osservare, le piccole sedi sul territorio sono campionesse di creatività quando si tratta di offline e il possibile disallineamento rispetto alla comunicazione centrale non sempre è visto come un problema, in quanto presidiando il territorio le unità locali sanno come meglio rivolgersi ai pubblici di riferimento. Invece per l’online il loro impegno tecnologico non è mai andato oltre i piccoli siti fatti in casa e adesso, certamente lontani dall’acquisto di keywords per promuovere un mercato circoscritto, cominciano a notarsi le prime iniziative di web sociale e partecipativo, ovviamente grazie ai gruppi di Facebook. Se è vero che per sistemi a organizzazione complessa è necessario un punto di comunicazione centralizzato, per garantire coerenza e chiarezza, è anche vero che le manifestazioni spontanee e dal territorio sono inevitabili e andrebbero valorizzate anche online. Magari saranno proprio i microfenomeni dalla base di un sistema aziendale a smuovere un po’ il vertice e spingerlo a partecipare, soprattutto perchè la regola per cui è la struttura centrale a dare la forza propulsiva alla comunicazione del brand (con potere di acquisto di spazi tv ecc…) nel network sociale la stessa regola può essere sovvertita. E se i dipendenti di un singolo punto vendita per fare il gruppo su Fb storpieranno il logo isituzionale, vabè pazienza!
Comunque per tornare al discorso del sospetto conquest buy che avevamo notato, la keyword se l’era magnata proprio il competitor in persona! altro che bottegaio…
*Conquest buy è quella pratica per cui si acquista tra le keyword anche il marchio del concorrente, diversa dal Piggy Backing con cui, in maniera altrettanto scorretta, nome e/o claim del concorrente vengono usate in chiaro ed esplicitamente negli annunci AdWords. Se cercando il vostro marchio su Google associandolo ad un’altra parola vi vengono fuori risultati di un competitor, potrebbe non trattarsi di un caso di Conquest Buy ma di un effetto del c.d. meccanismo di Broad Match per cui il motore di ricerca tira fuori risultati corrispondenti a una sola delle due keywords usate per la ricerca. Visto quante cose ho imparato?